[Per capire meglio la prima parte dell'episodio di oggi occorrerebbe una mappa. Una mappa, almeno per me, è fondamentale per comprendere bene, dove si svolge la storia, specialmente se si inizia a parlare di altri luoghi e strade da prendere. Per questo motivo, grazie ai miei potentissimi mezzi grafici - leggasi Paint - sto finendo di elaborare la mappa di Irrfad, quando sarà pronta troverò il modo di farvela avere a disposizione.]
06
Sejh'katar, la roccaforte del deserto. L'ultimo avamposto umano prima della grande distesa di sabbia che separava Irrfad da Jukigabijo, il regno nemico. La città non fu costruita nei pressi di un'oasi, né era presente un lago nelle vicinanze, da sempre gli abitanti di Irrfad, in particolar modo i contadini e chiunque non potesse avere accesso ad un'istruzione decente, si chiedevano come facesse Sejh'katar a prosperare così magnificamente, non si era mai sentito parlare di condizioni ai limiti della sopravvivenza in quell'unico centro di civiltà di tutto il deserto, al contrario, le notizie che giungevano erano di assoluto gaudio, gli uomini lavoravano la terra, le donne compravano al mercato e i bambini giocavano spensierati nella piazza della città, incuranti dall'essere circondati da una vasta distesa di sabbia.
Tutto ciò era reso possibile da un fiume sotterraneo che partiva dal lago Hui, a molte miglia di distanza verso nord, giungeva nei pressi delle mura della città per poi curvare e lambire i confini del deserto verso ovest, tornando in superficie soltanto nel regno di Hollas; un sistema di acquedotti e macchine drenanti permettevano a tutti i cittadini di usufruire dell'acqua.
Sejh'katar era una città molto indipendente dal punto di vista del commercio, grazie a quella sua peculiarità non aveva particolare bisogno di scambiare merci con altri centri urbani, aveva i propri campi da coltivare, i propri pascoli, dagli animali traevano il cuoio e dai campi il cotone per intessere abiti, l'unica cosa che richiedevano era ferro, nient'altro che ferro.
« Ti è sufficiente questa barra di ferro? »
« Oh! Sì mia signora, è sufficiente, non dirò a nessuno che siete passata di qua, ve lo giuro in nome dl Re degli Dei! »
« Assicurati allora di mantenere la tua parola, in caso contrario verrò a prendere il tuo scalpo. »
La donna sellò il cavallo, un maestoso esemplare di cavallo da guerra e uscì dalla stalla lanciando il destriero al galoppo. Era ricercata per un crimine che non aveva commesso, non aveva tempo per cercare le prove della sua innocenza, se l'avessero scovata, l'avrebbero imprigionata e forse condannata a morte, l'omicidio di un nobile non passa inosservato.
Coperta da un mantello uscì dalla città prendendo la strada che l'avrebbe condotta a Kantara, continuando poi passando per Namida e infine sarebbe giunta a La Capitale, dove avrebbe dovuto incontrare un uomo di fiducia di colui che amava; in una tasca interna della sua veste era al sicuro una pergamena, la sua unica via di salvezza.
Lady Utena passeggiava nei giardini del castello, accerchiata dalle sue dame di compagnia e dalle altre nobili fanciulle, desiderose di entrare fra le sue grazie in quanto promessa sposa dell'erede al trono; la dama era al centro di tutte le attenzioni, "Guarda le rose, non sono niente in confronto alla tua bellezza." "I gigli sono così delicati ma mai quanto la tua pelle." "Sei liscia più di una pesca.". Utena al Kino sorrideva maliziosa a quelle premure così false come il sole di notte, tutte le damigelle del castello pendevano dalle sue labbra ma nessuna era degna della vera attenzione della signorina al Kino.
Un giorno lei sarebbe diventata regina, sarebbe diventata superiore a quel branco di gallinelle che lottavano fra loro per una briciola d'attenzione, e finalmente avrebbe potuto esternare il suo disgusto verso questo atteggiamento, odiava tutte le donne che la circondavano, avide e bramose di privilegi che non possedevano; il filo dei suoi pensieri si diradò non appena vide il principe reggente accompagnato da uno dei ministri costeggiare i loggiati del cortile, con un sorriso e un filo di voce si allontanò dal cerchio di donne e si avvicinò a Katòn con l'aria più umile che potesse assumere.
« Dunque cosa mi consigliate? »
« La cosa migliore da fare è quella di accontentare gli operai del ponte Maestà. »
Lady Utena esitò un attimo, non le piaceva origliare il discorso del reggente, da quel poco che aveva sentito doveva trattarsi di una questione importante, non voleva fargli perdere tempo ma non voleva nemmeno lasciar perdere.
« Maestà? Scusate il mio ardire nell'interrompere i vostri impegni, ma c'è un'affare importante di cui vorrei parlarvi. »
La nobile fanciulla s'inchinò rispettosamente e attese che il principe le rispondesse. Katòn congedò il suo ministro con un cenno della mano e invitò Lady Utena a rialzarsi, come imponeva l'etichetta la prese sotto braccio e iniziarono a passeggiare sotto i loggiati.
« Volete sapere di mio fratello, ho indovinato? » chiese Kat guardando fisso in avanti.
« Sì Maestà, è molto tempo che il re e il mio promesso sono partiti e ancora nessuno della nobiltà ha sue notizie. Vi prego, se vi dovessero arrivare delle informazioni io... »
« Non preoccupatevi Lady al Kino, voi sarete la prima che informerò, dopo il Consiglio di Stato s'intende. Presto diventerete mia sorella, che fratello sarei se mi comportassi altrimenti? »
Lady Utena gli rivolse il più sincero dei suoi sorrisi e si scusò ancora una volta per averlo interrotto.
« Non avete niente di cui scusarvi Lady al Kino, le vostre preoccupazioni erano più che giustificate, »
West al Denìo s'intromise di gran fretta, era sbucato da una delle porte dei loggiati e si era avvicinato a corsa al principe.
« Maestà, ci sono dei disordini in città, il comandante delle guardie cittadine chiede rinforzi. »
L'allegra giovialità tipica del capitano sembrava scomparsa del tutto, della confidenza con cui si rivolgeva a chiunque non v'era più traccia, l'uomo inginocchiato di fronte a Katòn era un perfetto soldato. Nonostante si conoscessero da anni il principe anora non si era abituato a questo "cambio d'abito" dell'amico, di rado lo vedeva così assorto nel suo dovere, per lui, così come per tutti, West al Denìo era una persona affabile e alla mano.
Non ci pensò su due volte, ordinò che prendesse i migliori uomini del reggimento e che andasse a rinforzare le linee della guardia cittadina; si rivolse a Lady Utena porgendole le sue scuse per quel contratempo imprevisto e la invitò a pranzo per il giorno seguente, in modo da poter parlare tranquillamente e senza l'intoppo dell'etichetta.
Roriath, dall'alto della sua dimora nel Mondo Divino, osservava lo sviluppo delle vicende umane, lei, che aveva una visione globale di quello che stava accadendo, che conosceva ogni particolare della storia, ridacchiò.
« Mio caro Katòn... Voglio vedere come riuscirai a cavartela adesso.
Tu non hai idea della situazione in cui ti caccerai, ma io sì, e se davvero riuscirai allora non ci sarà bisogno che io ti insegni. Sembra quasi che il fato ti abbia riserbato questa prova apposta. »
giovedì 14 gennaio 2010
venerdì 8 gennaio 2010
Ragnarok
05
« Mia sorella è ricercata. Sembra che abbia ucciso un vecchio nobile, decaduto tra l'altro, e adesso la stanno cercando in lungo e in largo. L'uomo che mi ha spedito la lettera dice di averla vista l'ultima volta nella città di Sejh'katar che si stava dirigendo a Nord. »
Il capitano delle guardie guardava il paesaggio innevato appoggiato con i gomiti sull'alto mura della terrazza del castello reale, gli faceva strano parlare di sua sorella, non aveva mai rivelato a nessuno della sua esistenza, sarebbe stata un'onta troppo grossa per esere lavata via facilmente, si vergognava di essere suo fratello ma, nonostante non si vedessero da anni, continuava a preoccuparsi per lei.
« Sai, non è propriamente mia sorella, in comune abbiamo il padre ma le nostre madri sono diverse. Siamo coetanei, nostro padre ci ha concepiti nello stesso periodo, non ho ide di come siano andate le cose, se lui abbia tradito mia madre o la madre di mia sorella, fatto sta che venne scoperto e che gli venimmo affidati senza troppi complimenti. Lui era un mercenario, combatteva per soldi, non ci faceva mancare nulla, questo lo ammetto ma ogni notte ci addormentavamo con il dubbio di non rivederlo mai più.
Poi non so cosa successe, ero troppo piccolo perché possa ricordare, so solo che venni affidato a Fafka al Denìo, ne presi il cognome e divenni suo figlio a tutti gli effetti; ogni tanto mi arrivavano notizie di mio padre e mia sorella, la fece diventare una mercenaria come lui... E adesso guarda come è ridotta, costretta alla fuga, esattamente come nostro padre. »
Katòn noc Ferac ascoltò il racconto dell'amico in religioso silenzio, era perfettamente conscio del fatto che West non stava realmente parlando con lui bensì stava confessandosi, stava liberandosi di un peso che lo opprimeva da tempo; il principe non sapeva cosa dire, cosa poteva fare lui? Anche se era il reggente non poteva annullare il mandato di cattura che pendeva sopra la testa della sorella dell'amico, non poteva usurpare la legge o si sarebbe comportato alla stregua di un tiranno, e poi non sapeva neppure come si chiamasse questa donna, West non aveva fatto il suo nome.
« Se posso fare qualcosa per te... » Kat gli si avvicinò e gli appoggiò una mano sulla spalla, non era di grande aiuto ma voleva sapesse che avrebbe potuto contare sempre su di lui. West sorrise e cambiò argomento di discussione, non era suo stile rimuginare troppo sulle cose.
La luna era coperta da nubi e non si riuscivano a vedere le stelle, il cielo era oscuro, nero, tenebroso; in lontananza si sentiva l'eco di un temporale che si stava avvicinando, in breve tempo avrebbe raggiunto quella zona per inondarla con la sua pioggia. Kat e West stavano in silenzio a fissare un paesaggio invisibile ai loro occhi, non c'era abbastanza luce per poter vedere oltre il proprio naso; il principe starnutì, faceva freddo quella sera e anche se si era coperto con una pelliccia di ermellino il gelo si insinuava dentro le sue ossa.
Ad un tratto una goccia di pioggia cadde dal cielo per posarsi su una guancia del capitano, poi un'altra sui capelli di Katòn, un'altra ancora sul pavimento del terrazzo, e alla fine il temporale giunse a distrarli dalle loro preoccupazioni. I due amici si rifugiarono sotto i loggiati della terrazza, West non era intenzionato a tornare giù al pian terreno, nell'ala dedicata ai soldati, voleva rimanere ancora là a non pensare a niente, se fosse tornato nella sala comune sarebbe stato sommerso di richieste e impegni, in quel momento desiderava soltanto restare in pace; Katòn noc Ferac, dal canto suo, aveva deciso di rimanere accanto all'amico in quel momento di più bisogno, si sostenevano a vicenda e come il capitano aveva sostenuto lui allora lui avrebbe fatto altrettanto.
La campana del castello suonò mezzanotte e ruppe il silenzio che vi aleggiava facendo sentire a tutti il miracolo della tecnologia. C'erano voluti quasi cinquant'anni perché gli scienziati e gli uomini di sapere di tutta Irrfad riuscissero a costruire la torre campanaria del castello, mezzo secolo di ingegni e progetti di costruzioni, discussioni tra i più esperti luminari e allegre scazzottate tra gli operai, ma alla fine era venuta su: un'alta torre che segnava l'orario del giorno diviso in ventiquattro ore.
Il problema degli scienziati non fu tanto quello di suddividere la giornata in ore, quanto quello di proiettare l'ora su un grande pannello di forma rotonda posto in cima alla torre.
Il risultato finale fu quella immensa torre, la più alta del castello, nella parte più alta, sui quattro lati vi era una lastra di ferro rotonda, intagliata in dodici parti, all'interno una grande stanza conteneva una dozzina di clessidre, ciascuna di essa misurava il tempo corrispondente ad un'ora; ogni clessidra faceva muovere due lancette sui pannelli, quando si svuotava una clessidra la sabbia di quella successiva iniziava a scendere in un ciclo che non si arrestava ormai da tre secoli; due uomini erano incaricati di girare le clessidre e di supervisionare lo stato delle complesse macchine che lavoravano giorno e notte. La torre campanaria fu il vanto di Irrfad per molto tempo, unica fra tutti gli stati a possedere una torre simile, negli anni avvenire quella tecnologia si diffuse in tutto il regno, ma quella del castello era rimasta la più famosa.
« Sarà meglio che tu ritorni nelle tue stanze, non è adatta ad un principe la vita notturna. » esordì il capitano delle guardie sospirando e scrollando le spalle mentre si avviava alle scale che l'avrebbero condotto nella sua stanza.
« uh? Sì, sì, è il caso di andare. » rispose Katòn interdetto per un secondo, il suo piano iniziale era quello di confessare all'amico che aveva battuto volontariamente la testa contro una colonna perché la sua parte razionale rifiutava la situazione in cui s'era cacciato, probabilmente gli avrebbe dato del pazzo ma West era l'unica persona a cui confidare un segreto simile.
« A proposito, tu non volevi dirmi qualcosa per caso? »
Come volevasi dimostrare, Kat rimase, per la seconda volta in brevissimo tempo, senza parole, cosa poteva rispondere all'amico?
« Chi io? Sì... cioè no, cioè... prima sì, ma adesso non importa più. »
« Non sei mai stato bravo a raccontare bugie, su, parla. »
« No davvero, non è niente di importante. »
West inarcò un ciglio e incrociò le braccia, non sopportava quando si tentava di nascondergli le cose.
« Me lo dici con le buone o devo estorcerti le parole con la forza? »
« E va bene, te lo dirò, » sospirò Katòn rassegnandosi « ma almeno sforzati di credermi! »
« Ok, va bene, non vedo quando mai ti avrei dato del bugiardo ma va bene. »
« West! Quando ti ho fatto il resoconto dettagliato della mia visita al Tempio di Roriath mi hai dato del bugiardo!! »
« Oh andiamo... non penserai mica davvero che io creda seriamente a questa storia della Dea? »
« Appunto... Be' se la metti così allora è inutile che io parli, dato che ha a che fare con la Dea! »
Il principe imboccò le scale con grande disappunto, era il suo migliore amico, perché continuava a non credergli? Era sempre stato sincero con lui, non aveva mai avuto motivo di mentirgli, perché mai avrebbe dovuto iniziare da quel momento? Non aveva voglia di stare a ragionarci sopra, si era preso una giornata di vacanza dai suoi impegni e doveva recuperare assolutamente, doveva consultarsi con il Consiglio per discutere sulle tasse, sulle condizioni del popolo, dello svolgimento della guerra... troppo da fare per un giovane principe più avvezzo alla conoscenza come lui.
« Mia sorella è ricercata. Sembra che abbia ucciso un vecchio nobile, decaduto tra l'altro, e adesso la stanno cercando in lungo e in largo. L'uomo che mi ha spedito la lettera dice di averla vista l'ultima volta nella città di Sejh'katar che si stava dirigendo a Nord. »
Il capitano delle guardie guardava il paesaggio innevato appoggiato con i gomiti sull'alto mura della terrazza del castello reale, gli faceva strano parlare di sua sorella, non aveva mai rivelato a nessuno della sua esistenza, sarebbe stata un'onta troppo grossa per esere lavata via facilmente, si vergognava di essere suo fratello ma, nonostante non si vedessero da anni, continuava a preoccuparsi per lei.
« Sai, non è propriamente mia sorella, in comune abbiamo il padre ma le nostre madri sono diverse. Siamo coetanei, nostro padre ci ha concepiti nello stesso periodo, non ho ide di come siano andate le cose, se lui abbia tradito mia madre o la madre di mia sorella, fatto sta che venne scoperto e che gli venimmo affidati senza troppi complimenti. Lui era un mercenario, combatteva per soldi, non ci faceva mancare nulla, questo lo ammetto ma ogni notte ci addormentavamo con il dubbio di non rivederlo mai più.
Poi non so cosa successe, ero troppo piccolo perché possa ricordare, so solo che venni affidato a Fafka al Denìo, ne presi il cognome e divenni suo figlio a tutti gli effetti; ogni tanto mi arrivavano notizie di mio padre e mia sorella, la fece diventare una mercenaria come lui... E adesso guarda come è ridotta, costretta alla fuga, esattamente come nostro padre. »
Katòn noc Ferac ascoltò il racconto dell'amico in religioso silenzio, era perfettamente conscio del fatto che West non stava realmente parlando con lui bensì stava confessandosi, stava liberandosi di un peso che lo opprimeva da tempo; il principe non sapeva cosa dire, cosa poteva fare lui? Anche se era il reggente non poteva annullare il mandato di cattura che pendeva sopra la testa della sorella dell'amico, non poteva usurpare la legge o si sarebbe comportato alla stregua di un tiranno, e poi non sapeva neppure come si chiamasse questa donna, West non aveva fatto il suo nome.
« Se posso fare qualcosa per te... » Kat gli si avvicinò e gli appoggiò una mano sulla spalla, non era di grande aiuto ma voleva sapesse che avrebbe potuto contare sempre su di lui. West sorrise e cambiò argomento di discussione, non era suo stile rimuginare troppo sulle cose.
La luna era coperta da nubi e non si riuscivano a vedere le stelle, il cielo era oscuro, nero, tenebroso; in lontananza si sentiva l'eco di un temporale che si stava avvicinando, in breve tempo avrebbe raggiunto quella zona per inondarla con la sua pioggia. Kat e West stavano in silenzio a fissare un paesaggio invisibile ai loro occhi, non c'era abbastanza luce per poter vedere oltre il proprio naso; il principe starnutì, faceva freddo quella sera e anche se si era coperto con una pelliccia di ermellino il gelo si insinuava dentro le sue ossa.
Ad un tratto una goccia di pioggia cadde dal cielo per posarsi su una guancia del capitano, poi un'altra sui capelli di Katòn, un'altra ancora sul pavimento del terrazzo, e alla fine il temporale giunse a distrarli dalle loro preoccupazioni. I due amici si rifugiarono sotto i loggiati della terrazza, West non era intenzionato a tornare giù al pian terreno, nell'ala dedicata ai soldati, voleva rimanere ancora là a non pensare a niente, se fosse tornato nella sala comune sarebbe stato sommerso di richieste e impegni, in quel momento desiderava soltanto restare in pace; Katòn noc Ferac, dal canto suo, aveva deciso di rimanere accanto all'amico in quel momento di più bisogno, si sostenevano a vicenda e come il capitano aveva sostenuto lui allora lui avrebbe fatto altrettanto.
La campana del castello suonò mezzanotte e ruppe il silenzio che vi aleggiava facendo sentire a tutti il miracolo della tecnologia. C'erano voluti quasi cinquant'anni perché gli scienziati e gli uomini di sapere di tutta Irrfad riuscissero a costruire la torre campanaria del castello, mezzo secolo di ingegni e progetti di costruzioni, discussioni tra i più esperti luminari e allegre scazzottate tra gli operai, ma alla fine era venuta su: un'alta torre che segnava l'orario del giorno diviso in ventiquattro ore.
Il problema degli scienziati non fu tanto quello di suddividere la giornata in ore, quanto quello di proiettare l'ora su un grande pannello di forma rotonda posto in cima alla torre.
Il risultato finale fu quella immensa torre, la più alta del castello, nella parte più alta, sui quattro lati vi era una lastra di ferro rotonda, intagliata in dodici parti, all'interno una grande stanza conteneva una dozzina di clessidre, ciascuna di essa misurava il tempo corrispondente ad un'ora; ogni clessidra faceva muovere due lancette sui pannelli, quando si svuotava una clessidra la sabbia di quella successiva iniziava a scendere in un ciclo che non si arrestava ormai da tre secoli; due uomini erano incaricati di girare le clessidre e di supervisionare lo stato delle complesse macchine che lavoravano giorno e notte. La torre campanaria fu il vanto di Irrfad per molto tempo, unica fra tutti gli stati a possedere una torre simile, negli anni avvenire quella tecnologia si diffuse in tutto il regno, ma quella del castello era rimasta la più famosa.
« Sarà meglio che tu ritorni nelle tue stanze, non è adatta ad un principe la vita notturna. » esordì il capitano delle guardie sospirando e scrollando le spalle mentre si avviava alle scale che l'avrebbero condotto nella sua stanza.
« uh? Sì, sì, è il caso di andare. » rispose Katòn interdetto per un secondo, il suo piano iniziale era quello di confessare all'amico che aveva battuto volontariamente la testa contro una colonna perché la sua parte razionale rifiutava la situazione in cui s'era cacciato, probabilmente gli avrebbe dato del pazzo ma West era l'unica persona a cui confidare un segreto simile.
« A proposito, tu non volevi dirmi qualcosa per caso? »
Come volevasi dimostrare, Kat rimase, per la seconda volta in brevissimo tempo, senza parole, cosa poteva rispondere all'amico?
« Chi io? Sì... cioè no, cioè... prima sì, ma adesso non importa più. »
« Non sei mai stato bravo a raccontare bugie, su, parla. »
« No davvero, non è niente di importante. »
West inarcò un ciglio e incrociò le braccia, non sopportava quando si tentava di nascondergli le cose.
« Me lo dici con le buone o devo estorcerti le parole con la forza? »
« E va bene, te lo dirò, » sospirò Katòn rassegnandosi « ma almeno sforzati di credermi! »
« Ok, va bene, non vedo quando mai ti avrei dato del bugiardo ma va bene. »
« West! Quando ti ho fatto il resoconto dettagliato della mia visita al Tempio di Roriath mi hai dato del bugiardo!! »
« Oh andiamo... non penserai mica davvero che io creda seriamente a questa storia della Dea? »
« Appunto... Be' se la metti così allora è inutile che io parli, dato che ha a che fare con la Dea! »
Il principe imboccò le scale con grande disappunto, era il suo migliore amico, perché continuava a non credergli? Era sempre stato sincero con lui, non aveva mai avuto motivo di mentirgli, perché mai avrebbe dovuto iniziare da quel momento? Non aveva voglia di stare a ragionarci sopra, si era preso una giornata di vacanza dai suoi impegni e doveva recuperare assolutamente, doveva consultarsi con il Consiglio per discutere sulle tasse, sulle condizioni del popolo, dello svolgimento della guerra... troppo da fare per un giovane principe più avvezzo alla conoscenza come lui.
lunedì 4 gennaio 2010
Ragnarok
04
« La prima cosa che devi fare è dimenticarti di tutto quello che sai o ti hanno raccontato sul Ragnarok. Sono tutte bugie e sciocchezze, poco di quello che dicono è vero.
Una cosa vera è che è una guerra, forse l'unica.
Prima di tutto devi metterti ben in testa che il Ragnarok è una guerra all'ultimo sangue fra le Dee del mondo divino, che si tiene una volta ogni cento anni; il premio in palio è quello di divenire la preferita del Re degli Dei.
Mi stai ascoltando? »
No, Katòn non ascoltava affatto la Dea della Guerra, era immerso nei suoi fitti pensieri e si domandava, ancora una volta, come aveva fatto a cacciarsi in quel guaio.
In un mese la sua vita era stata stravolta completamente. Maledetto il giorno in cui aveva seguito il consiglio di West al Denìo! Lui gli aveva suggerito di rivolgersi alla Dea della Guerra, lui! Ormai era troppo tardi per recriminare sulle azioni passate, il principe aveva accettato l'accordo dopo essersi assicurato che la fine del mondo non ci sarebbe stata, Roriath, Dea della Guerra, sorrise a quella sua domanda, non credeva che gli esseri umani potessero esere così creduloni da prendere per oro colato quello che vecchi pazzi scrivevano sui libri.
Stipularono il patto immediatamente, Roriath gli consegnò una catenella da mettere al collo come segno di riconoscimento; il principe era libero di fare quello che desiderava durante quell'anno, l'unica restrizione che aveva era quella di recarsi nella Casa della Dea una volta al mese per apprendere i segreti del Ragnarok e le mansioni che avrebbe dovuto svolgere una volta diventato a tutti gli effetti l'araldo di Roriath.
Ed ora eccolo lì, seduto su una panca del Tempio a riflettere sulla sua condizione. Aveva pure cercato di spiegare la situazione a West, ma questi non gli aveva creduto e gli aveva dato affettuosamente del pazzo.
La Dea lo fissò attentamente in volto, i suoi occhi penetrarono nella mente del principe per scovare l'ostacolo che lo stava distraendo, non le ci volle molto per capire cosa stava accadendo nei pensieri del giovane Katòn. Lo rimproverò aspramente, non poteva permettersi il lusso di pensare ad altro mentre lei gli stava insegnando, l'avesse fatto al cospetto di qualsiasi altri divinità sarebbe già stato fulminato.
« Continuiamo. Il tuo compito essenzialmente è quello di informarti sullo stato delle altre Dee attraverso i loro araldi, dietro c'è tutto un gioco di alleanze e scontri ma non preoccuparti, quando verrà il momento te ne informerò, riferirmi di quello che scopri e poi startene buono buono mentre combatto; niente di più facile, non trovi? »
Il principe non rispose, fissava il vuoto davanti a sé, un ebete, un imbecille che non capisce la domanda, ancora immerso nelle sue riflessioni, come farò, mi attaccheranno, non sono all'altezza. Si alzò lentamente, sotto lo sguardo attonito della Dea, che non credeva a quello che vedeva, e si avvicinò alla colonna più vicina, l'accarezzava come se fosse una cosa delicata. Roriath cercò di chiamarlo ma era come se Kat fosse sordo, poi, all'improvviso come un fulmine, il ragazzo batté la testa contro il duro marmo della colonna, non veloce abbastanza da essere fermato tempestivamente dalla Dea.
« Si può sapere che cosa ti è preso!? A momenti ti ammazzavi! » esclamò Roriath appena Katòn si fu svegliato.
La Dea della Guerra era furibonda, levitava a qualche centimetro da terra e delle scariche elettriche partivano dal suo corpo per irradiarsi intorno a lei, fissava irata il suo nuovo araldo, chissà cosa gli era preso per commettere una pazzia del genere! In tutta la sua esistenza non aveva mai trovato un servitore più strano di lui, tutti gli altri le obbedivano senza protestare, lui invece... non la stava ad ascoltare, si elissava dal mondo, aveva appena cercato di uccidersi! Un tipo veramente bizzarra, proprio come bizzarra era la situazione che lo aveva portato da lei.
Certamente era stata la prima e unica volta in cui un cadetto reale aveva pregato affinché il padre e il legittimo erede al trono tornassero sani e salvi da una guerra, solitamente chiedevano i contrario cosicché potessero ereditare il regno; forse era per quello che Katòn gli era piaciuto subito, perché per la prima volta aveva visto qualcuno interessarsi alle altre persone, una persona buona.
Roriath sospirò, era inutile continuare per quel giorno, avevano ancora molti appuntamenti in futuro e non sarebbe stata la fine del mondo se ne avessero saltato uno.
Lo rispedì a casa raccomandandosi per la volta successiva, non avrebbe più accettato un comportamento simile.
West al Denìo lesse per l'ennesima volta la lettera che gli avevano consegnato un'ora prima, i suoi occhi scorrevano da una riga all'altra ma il contenuto del foglio non cambiava: sua sorella Esta, esperta combattente, era ricercata per l'omicidio di un nobile decaduto. Il capitano si appoggiò alla sedia del suo ufficio tenendosi la testa con una mano, sua sorella era testarda e orgogliosa ma non era tanto stupida da uccidere una persona in vista.
Non si accorse nemmeno che il principe era di ritorno dalla città. Fu per un caso che gli sguardi dei dui ragazzi s'incrociarono, West vide l'incredulità in Kat e il principe vide la disperazione nell'amico; dopo cena si ritrovarono nella terrazza del castello, da cui si godeva di una vista mozzafiato.
« Devo dirti una cosa. »
« Anche io. »
« La prima cosa che devi fare è dimenticarti di tutto quello che sai o ti hanno raccontato sul Ragnarok. Sono tutte bugie e sciocchezze, poco di quello che dicono è vero.
Una cosa vera è che è una guerra, forse l'unica.
Prima di tutto devi metterti ben in testa che il Ragnarok è una guerra all'ultimo sangue fra le Dee del mondo divino, che si tiene una volta ogni cento anni; il premio in palio è quello di divenire la preferita del Re degli Dei.
Mi stai ascoltando? »
No, Katòn non ascoltava affatto la Dea della Guerra, era immerso nei suoi fitti pensieri e si domandava, ancora una volta, come aveva fatto a cacciarsi in quel guaio.
In un mese la sua vita era stata stravolta completamente. Maledetto il giorno in cui aveva seguito il consiglio di West al Denìo! Lui gli aveva suggerito di rivolgersi alla Dea della Guerra, lui! Ormai era troppo tardi per recriminare sulle azioni passate, il principe aveva accettato l'accordo dopo essersi assicurato che la fine del mondo non ci sarebbe stata, Roriath, Dea della Guerra, sorrise a quella sua domanda, non credeva che gli esseri umani potessero esere così creduloni da prendere per oro colato quello che vecchi pazzi scrivevano sui libri.
Stipularono il patto immediatamente, Roriath gli consegnò una catenella da mettere al collo come segno di riconoscimento; il principe era libero di fare quello che desiderava durante quell'anno, l'unica restrizione che aveva era quella di recarsi nella Casa della Dea una volta al mese per apprendere i segreti del Ragnarok e le mansioni che avrebbe dovuto svolgere una volta diventato a tutti gli effetti l'araldo di Roriath.
Ed ora eccolo lì, seduto su una panca del Tempio a riflettere sulla sua condizione. Aveva pure cercato di spiegare la situazione a West, ma questi non gli aveva creduto e gli aveva dato affettuosamente del pazzo.
La Dea lo fissò attentamente in volto, i suoi occhi penetrarono nella mente del principe per scovare l'ostacolo che lo stava distraendo, non le ci volle molto per capire cosa stava accadendo nei pensieri del giovane Katòn. Lo rimproverò aspramente, non poteva permettersi il lusso di pensare ad altro mentre lei gli stava insegnando, l'avesse fatto al cospetto di qualsiasi altri divinità sarebbe già stato fulminato.
« Continuiamo. Il tuo compito essenzialmente è quello di informarti sullo stato delle altre Dee attraverso i loro araldi, dietro c'è tutto un gioco di alleanze e scontri ma non preoccuparti, quando verrà il momento te ne informerò, riferirmi di quello che scopri e poi startene buono buono mentre combatto; niente di più facile, non trovi? »
Il principe non rispose, fissava il vuoto davanti a sé, un ebete, un imbecille che non capisce la domanda, ancora immerso nelle sue riflessioni, come farò, mi attaccheranno, non sono all'altezza. Si alzò lentamente, sotto lo sguardo attonito della Dea, che non credeva a quello che vedeva, e si avvicinò alla colonna più vicina, l'accarezzava come se fosse una cosa delicata. Roriath cercò di chiamarlo ma era come se Kat fosse sordo, poi, all'improvviso come un fulmine, il ragazzo batté la testa contro il duro marmo della colonna, non veloce abbastanza da essere fermato tempestivamente dalla Dea.
« Si può sapere che cosa ti è preso!? A momenti ti ammazzavi! » esclamò Roriath appena Katòn si fu svegliato.
La Dea della Guerra era furibonda, levitava a qualche centimetro da terra e delle scariche elettriche partivano dal suo corpo per irradiarsi intorno a lei, fissava irata il suo nuovo araldo, chissà cosa gli era preso per commettere una pazzia del genere! In tutta la sua esistenza non aveva mai trovato un servitore più strano di lui, tutti gli altri le obbedivano senza protestare, lui invece... non la stava ad ascoltare, si elissava dal mondo, aveva appena cercato di uccidersi! Un tipo veramente bizzarra, proprio come bizzarra era la situazione che lo aveva portato da lei.
Certamente era stata la prima e unica volta in cui un cadetto reale aveva pregato affinché il padre e il legittimo erede al trono tornassero sani e salvi da una guerra, solitamente chiedevano i contrario cosicché potessero ereditare il regno; forse era per quello che Katòn gli era piaciuto subito, perché per la prima volta aveva visto qualcuno interessarsi alle altre persone, una persona buona.
Roriath sospirò, era inutile continuare per quel giorno, avevano ancora molti appuntamenti in futuro e non sarebbe stata la fine del mondo se ne avessero saltato uno.
Lo rispedì a casa raccomandandosi per la volta successiva, non avrebbe più accettato un comportamento simile.
West al Denìo lesse per l'ennesima volta la lettera che gli avevano consegnato un'ora prima, i suoi occhi scorrevano da una riga all'altra ma il contenuto del foglio non cambiava: sua sorella Esta, esperta combattente, era ricercata per l'omicidio di un nobile decaduto. Il capitano si appoggiò alla sedia del suo ufficio tenendosi la testa con una mano, sua sorella era testarda e orgogliosa ma non era tanto stupida da uccidere una persona in vista.
Non si accorse nemmeno che il principe era di ritorno dalla città. Fu per un caso che gli sguardi dei dui ragazzi s'incrociarono, West vide l'incredulità in Kat e il principe vide la disperazione nell'amico; dopo cena si ritrovarono nella terrazza del castello, da cui si godeva di una vista mozzafiato.
« Devo dirti una cosa. »
« Anche io. »
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